Paolo Maria Deanesi Gallery

LUCA PIANELLA – LUCIANO ZANONI | De luce lucem proferens

CARTOLINA PIANELLA ZANONI DEFtr

Luca Pianella e Luciano Zanoni si incontrano nello spazio della Galleria Deanesi per un progetto espositivo che sembra nato all’insegna dell’antitesi. Da una parte Pianella, giovane disegnatore che in questi anni ha mosso i primi promettenti passi nel mondo dell’arte, dall’altra Zanoni, uomo d’esperienza che dalla prima mostra milanese del 1979 si è fatto conoscere in questo trentennio come uno dei più originali e autonomi scultori contemporanei. Il primo legato al disegno, il secondo alla scultura; il primo asserragliato nella superficie, nella piattezza bidimensionale del foglio, il secondo aperto alla dimensione spaziale del volume che tende al linguaggio installativo nel momento in cui prescinde dal piedistallo e dal distacco dallo spazio dell’osservatore. Lo scultore trentino addentro ai temi della natura in cui l’uomo è solo presenza sullo sfondo, il disegnatore ligure centrato invece proprio sull’umanità, sugli scarti che produce e sullo stesso volto dell’uomo, scavato e reso scabro dall’esistenza.

L’unica antitesi sulla quale entrambi gli artisti convergono è quella che, a livello fisico, filosofico e artistico, segna la distinzione tra luce e ombra, la separazione tra estrema luminosità e totale oscurità. In questa contrapposizione la scelta di entrambi volge decisamente verso la materia opaca, faticosamente percossa nel ferro battuto di Zanoni, pazientemente stratificata nella grafite di Pianella. Nel percorrere e coltivare questa oscurità c’è un’accettazione della complessità dell’esperienza umana, un’assenza di trasparenza che è propria del nostro essere nel mondo.

L’attento dosaggio di chiaro e oscuro che in tutta la storia dell’arte pittorica e grafica ha assunto innumerevoli combinazioni – dalla più cristallina alla più offuscata – nel lavoro di Luca Pianella (Genova, 1985) raggiunge una netta polarizzazione. Il campo del foglio rimane un tutto luminoso, incontaminato dai segni della matita, mentre lo spazio dell’oggetto rappresentato assomma in sé tutti i toni della composizione come se l’oscurità, solitamente distribuita elegantemente su tutte le porzioni del supporto, venisse qui rudemente addebitata all’oggetto, incaricato da solo di sopportarne l’intero peso. La dialettica accademica che distingue ombre proprie e ombre portate cessa di esistere: “l’ombra proiettata dagli oggetti scompare per identificarsi (…) con gli oggetti stessi, come se fossero in grado di avocare a sé la propria proiezione” [1]. Il soggetto della composizione diventa così un buco nero che, proprio come in un corpo celeste collassato, vibra nel proprio oscuro raggiungendo grande spessore e peso specifico.

Dopo aver condotto il proprio sguardo su dimesse nature morte di barattoli e piccoli rifiuti di latta, in questa mostra Pianella approda alla figura, presentando una personale declinazione del tema del ritratto. I suoi volti percossi dal tempo sono archetipi assoluti che hanno assommato in sé tutta la luce ricevuta nel corso della vita diventando maschere di carbone, superfici ruvide che raggiungono effetti non dissimili dalle precedenti nature morte. Lo stesso autore suggerisce questa linea di continuità con i lavori precedenti chiamando nuovamente Ombre le proprie creazioni. Anche l’epidermide di questi volti, infatti, restituita con compatte stratificazioni di grafite e microsfumature sui toni del nero, assume le sembianze di un antico metallo che neppure i barlumi di lucentezze riflesse riescono a ravvivare.

Il ferro soltanto evocato dalla tecnica di Pianella, diventa unico protagonista nelle sculture di Luciano Zanoni (Caldes, TN, 1943) che conduce le proprie creazioni guidato da una profonda onestà artigianale per i materiali. Il lavoro dello scultore solandro si oppone a qualsiasi concettualizzazione o commento altisonante, rendendo sterili le parole di critici e intellettuali di fronte al suo semplice amore per le cose. Zanoni, come avveniva prima degli strappi delle avanguardie del Novecento, confronta la propria pratica direttamente con la natura, prediligendo lo sguardo della gente semplice, di quelle stesse persone che l’amico e compagno di strada Paolo Vallorz indicava come destinatari privilegiati della sua opera. “Non mi interessa fare una pittura moderna per una società moderna. Vorrei comunque che fosse una pittura comprensibile per tutti, che si inserisse nella vita, soprattutto in quella della gente più semplice”.

Alla stessa maniera Luciano Zanoni guarda con estrema semplicità al proprio messaggio e al proprio pubblico impostando con la natura e la realtà “un rapporto che, se è franco e generoso, non è però elementare” [2]. Le mele, i cavoli, i funghi, i girasoli e le cipolle di Zanoni evitano infatti una competizione con la natura sul piano della banale imitazione per impostare, piuttosto, un lavorio tenace e faticoso in grado di rendere la scultura una presenza sincera e autentica al pari di quella naturale. Una natura che nessun naturalismo potrebbe rendere adeguatamente.

Il melo con innesti presentato in questa mostra [3] si erge come una figura statuaria, una presenza stante che assume sembianze umane, metafora vegetale nella quale qualsiasi visitatore si può riconoscere. Dai bracci mutili, sgraziati moncherini, emergono timidamente nuovi innesti in cui la linfa che li percorre diventa metafora universale di una forza vitale cieca che si trasmette di generazione in generazione, in un ciclo allo stesso tempo dinamico e immobile.

I volti di Pianella e l’albero di Zanoni si affrontano nello stesso mondo, sotto quella stessa luce che illumina democraticamente tutti gli organismi. Una luce che ha perso il candore immateriale della trascendenza in cui l’unione dei colori tende al bianco, e che, confrontandosi con la vita e l’esistenza terrestre, raggiunge una condizione opaca, materiale. In questi due artisti la naturale accettazione della condizione terrena segna il confronto con la concretezza del reale, con una materialità bassa in cui la sommatoria di tutti i colori tende inesorabilmente al loro contrario, al non colore, al nero. L’oscurità presente nei lavori di Pianella e Zanoni non è quindi un rifiuto della luce ma una sua traduzione nella realtà, resa attraverso la pratica quotidiana di trasformazione della materia, nei duri colpi inferti al ferro per Zanoni e nelle sedimentazioni infinite di Pianella.


[1] Daniela Ferrari (2015), Luca Pianella, in Della natura della figura e il volto…, catalogo della mostra a cura di Daniela Ferrari e Gianluigi Rocca (Trento, Palazzo Trentini, 5 giugno – 4 luglio 2015), Trento, Palazzo Trentini Mostre, p. 18.
[2] Bruno Passamani (1994), Luciano Zanoni. Archivio di Documentazione Arte Contemporanea, Trento, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, p. 8.
[3] Le mele nell’arte di Paolo Vallorz e Luciano Zanoni, catalogo della mostra a cura di Roberto Festi (Trento, Palazzo Roccabruna, 2 dicembre 2005 – 8 gennaio 2006), Trento, Palazzo Roccabruna.

 

LUCA PIANELLA – LUCIANO ZANONI | De luce lucem proferens 

18 marzo 2016 > 28 maggio 2016

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