Paolo Maria Deanesi Gallery

ARMANDO LULAJ | NO ROOM FOR MANOEUVRE (I)

Armando_Lulaj_No_room_for_manoeuvre_Cartolina

30.10.2015 > 20.01.2016

“Se qualcosa non va lo devi dire, se qualcosa fa schifo lo devi dire”.

Non ancora reduce dall’importante rappresentazione nazionale al Padiglione albanese della 56.Biennale di Venezia, Armando Lulaj (Tirana, 1980) presenta alla Paolo Maria Deanesi Gallery un nuovo progetto espositivo in cui mette in campo la propria riflessione critica, aggressiva e profonda sulla situazione dei nostri tempi. Insofferente verso quella che lui definisce la figura ormai comune dell’artista-damigella-d’onore – al servizio del potere politico ed economico, impegnato silenziosamente a legittimare uno status quo – Lulaj accetta questa fucking call per gridare forte, per mostrare attraverso oggetti, immagini e narrazioni emblematiche quel “terrore della democrazia” a cui tutti quotidianamente partecipiamo.

No room for manoeuvre (1) rappresenta il primo livello operativo di una critica che si svilupperà in forma di trilogia nel corso dei prossimi anni. Lulaj intraprende questo percorso e presenta i primi germi di una fitta narrazione che si articola idealmente nella forma della lettera e che, più che analizzare la realtà da una prospettiva rassicurante e distaccata, la seziona in maniera carnale su un tavolo di anatomia. Le lettere di Chris Marker, Abu Bakker Qassim e Julian Assange, evocate o citate direttamente, costituiscono una sorta di trilogia nella trilogia, la spina dorsale che sorregge l’impostazione critica di Lulaj. Attorno a questa impalcatura ossea vengono applicati i brandelli di un pensiero radicale che non teme di sconvolgere, consapevole del fatto che l’oscenità non sta nel dito che indica ma nella realtà che da esso viene additata. Con un gusto per il macabro e l’erotico che ricorda un barocco radicalizzato e sezionato, Armando Lulaj non si limita all’ammonimento del memento mori ma ci dice, senza giri di parole, che siamo già morti. Così, resi impotenti dalle contraddizioni, dalla politica, dai soldi, dal potere, come walking deads camminiamo in un edonismo della decomposizione, nelle strade di un mondo che non ci riesce di appartenere.

Senza assumere un’ottica superficialmente internazionalista l’artista parte nelle sue indagini dall’Albania stessa, “un luogo molto strano, in cui sono presenti molte situazioni che si possono collegare al mondo globale e che per questo mi interessano”.

Con Welded handcuffs (2013) Lulaj ci introduce nel suo discorso con un oggetto-incipit che rispecchia fedelmente il senso dell’intera mostra: non c’è spazio di manovra, tutto quello che ci viene dato è già stato deciso, fissato in una condizione a cui è difficile ribellarsi. In queste manette saldate in posizione aperta e chiusa, il libero arbitrio è messo tra parentesi e le condizioni di libertà e oppressione risultano già stabilite, comunicando un senso di controllo e frustrazione.

I refuse the message of easy divulgence (2015) è opera tributo a Chris Marker, intellettuale, regista e fotografo francese scomparso nel 2012 e ammirato da Lulaj per il carattere schivo e l’integrità artistica. Una citazione dell’autore che ammonisce contro le tentazioni della facile semplificazione viene leggermente variata da Lulaj sostituendo la parola mainstream (la citazione originale corrisponde a “I refuse the mainstream message of easy divulgence) con una coda di cavallo che emerge dal muro dello spazio espositivo. Il macabro inserto, oltre a invitare a cercare la verità al di là degli scomodi confini del reale, testimonia l’interesse di Lulaj per tutti quegli elementi organici già morti, come unghie e capelli, simboli di una condizione di vita che contiene già il proprio contrario.

Morte nella vita e vita nella morte che si configurano in maniera scioccante nella serie Landscapes (2015), disegni realizzati su carta vetrata utilizzando lo sperma dell’artista come fissante. Come in un sintetico excursus “dalla culla alla bara”, i disegni rappresentano una serie di otto tavoli d’autopsia a partire dal primo, il principale, quello utilizzato ad Auschwitz. Nello stesso spazio artistico, sull’aggressivo supporto della carta vetrata, Lulaj condensa uno dei più inquietanti simboli di morte assieme all’elemento vitalistico del seme umano, reso però sterile (anche in questo caso si tratta di materiale organico non più vivo) dalla mancanza dell’ovulo femminile. L’opera diventa addirittura amaramente grottesca se si constata come lo sperma non serva qui a fecondare una nuova vita ma paradossalmente a fissare un simbolo di decesso, come a sottolineare quanto l’impulso energetico e vitale dell’esistenza non porti ad altro che alla perpetuazione della morte.

Da questi simboli inquietanti si passa poi alla singolare storia di Abu Bakker Qassim nelle due opere intitolate Dear Mr. President (2014 e 2009/15). Nella sua lettera al presidente USA Barack Obama, Qassim, ex detenuto a Guantánamo e oggi rifugiato politico a Tirana, ricorda l’ultima notte nella sua vecchia casa, con la famiglia di un tempo e le domande del figlio a cui non riesce a rispondere: “Che cosa sono le unghie? Sono ossa? Sono carne? Cosa sono?”. L’incapacità di far fronte alla banale curiosità infantile determina una struggente insicurezza: come è possibile spiegare la complessità del mondo, risolvere crisi internazionali e personali se non si riesce neppure a rispondere alle domande di un bambino? Qassim, addirittura, porta su di sé i segni di questa contraddizione a cui non sa dare spiegazione. Cittadino cinese dell’etnia musulmana uigura, perseguitato dal governo cinese, fuggito in Pakistan e dopo l’11 settembre venduto agli Stati Uniti come sospetto terrorista affiliato ad Al Qaeda, Qassim è l’emblema del morto vivente o dell’individuo nato due volte. Dopo essere stato detenuto nella prigione di massima sicurezza di Guantánamo, nel 2005 viene riconosciuto totalmente innocente e liberato. Gli Stati Uniti però non lo vogliono, la Cina lo considera un terrorista e, come l’unghia nelle domande del figlio, non sa più a cosa appartenere. Ottenuto asilo politico in Albania ricomincia a Tirana una nuova vita come fosse morto e rinato, dopo che la geopolitica è passata sulla sua esistenza distruggendola. In una lettera piena di ricordi e rimpianti Qassim ringrazia il Presidente Obama per la scarcerazione e ricorda che c’è ancora molto da fare a cominciare dagli altri uiguri ingiustamente detenuti a Guantánamo.

Lulaj in Dear Mr. President, ripropone parte della lettera di Qassim e la traduce in un video dove sembra strapparsi le dita con una pinza. In realtà l’artista si taglia semplicemente le unghie, altra appendice morta del proprio corpo che si fa specchio di questi martiri della democrazia, individui biologicamente vivi ma impossibilitati dagli stessi istituti civili a condurre un’esistenza normale, divenuti, loro malgrado, emblemi di una contraddizione globale.

Anche la semplice trascrizione in neon della firma di Julian Assange di With my best regards (2015) ha così il potere di una dichiarazione di intenti, nell’impegno a svelare, anche con il linguaggio dell’arte, senza filtri e omissioni, tutti gli scheletri nell’armadio dell’occidente.

The work of inculcation # 1 (2015) conclude la mostra in una sorta di apice formale che torna a parlare di Guerra Fredda come fatto altre volte da Lulaj. Le parallele da ginnastica artistica di questa scultura riportano al culto del corpo e alla competizione sportiva tra nazioni, sublimazione tanto nel passato quanto nel presente di più profonde e sotterranee tensioni tra aree di influenza. Incastonate nelle barre alcune antenne paraboliche rievocano la corsa allo spazio, lo spionaggio, l’informazione e il suo controllo attraverso la cultura di massa.

Con il lavoro di Lulaj le tensioni internazionali del recente passato, le dittature che fino a pochi decenni fa abitavano l’Europa, il controllo, l’oppressione, le limitazioni alla libertà individuale, vengono gettate sul tavolo della discussione come un rimosso scomodo che pulsa sotto la superficie della coscienza. Ma anche senza riferirsi alla storia passata o ai conflitti attualmente esistenti in aree apparentemente remote del mondo, la radicalità del discorso di Lulaj consiste nel mostrare come anche oggi, nella patria della democrazia, nella stabilità e nel relativo benessere economico, il male non sia stato debellato ma, anzi, sia diventato solo più ambiguo e difficile da discernere. Nella situazione in cui lo spazio di intervento risulta nullo e il singolo sembra costretto soltanto al consenso, l’arte di Lulaj cerca di ribellarsi a tutto questo facendosi spazio attraverso spasmi violenti, se non per liberarsi quantomeno per gridare.

Gabriele Salvaterra

 

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