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Il bianco vuoto d'un foglio di
carta, la superficie piana d'una tela, d'una tavola di legno
o d'una lastra di vetro, possono accogliere un'infinita quantità
di episodi, di passaggi, di effetti. La luce possiede le cose
"d'un colpo solo", uniformandole al piano, inglobandole
con la medesima integrità con la quale agisce il suo
contrario, il buio, l'oscurità. Al contrario, la molteplicità
delle aperture, la rincorsa intermittente del pieno e del vuoto,
la discontinuità del tratto e la sua mobilità,
compromettono la stasi luminosa al pari della densità
del buio, ed infrangendole, aprono lo spazio alla visione.
Attraverso un inedito incontro tra i lavori di due artisti molto
distanti tra loro, sia per le scelte tematiche sia per gli elementi
concettuali ai quali essi fanno riferimento, la mostra "Da
l'ombre e lumi" vuole rilanciare il pretesto puramente
formale (la tecnica del chiaro-scuro) dal quale ha preso avvio
tale "dialogo", verso una dimensione linguistica ed
espressiva rinnovata ed imprevista.
Dunque, non solo messa in evidenza del rapporto dialettico tra
bidimensionalità e rilievo, tra superficie e volume,
linea e colore nella definizione di uno spazio (sia esso oggetto,
luogo, segno, traiettoria) ma anche emersione di quella discontinuità
e della dialettica irrisolta ed enigmatica che l'immagine è
in grado di insinuare nello spettatore: il legame sorprendente
e non codificabile che unisce obliquamente il dato visivo alla
sua rielaborazione mnemonica, la definizione dell'oggetto alla
percezione della sua assenza, la dimensione del tempo a quella
dell'atemporalità
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