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"Si può pensare che la
pittura sia finita e non abbia più alcuna ragione d'essere.
Vi sono alcuni critici e filosofi che lo sostengono. Tuttavia,
essi non lo chiedono agli artisti" [Jean-Christophe Ammann].
Mentre i critici e le istituzioni à la page ancora si
contendono l'epitaffio dei pittori, la pittura continua la sua
strenua lotta contro il diktat dei musei e delle mode. Tra tutte
le discipline visive la pittura è la più strettamente
connessa alla questione deontologica: un dipinto dovrebbe essere
sempre un atto morale, e proprio per questo niente o nessuno
potrà intaccarne l'integrità.
Per un cattivo orientamento dello sguardo e della coscienza,
la pittura italiana è vittima di un tradimento (recrudescenza
che sfocia nella mistificazione e in una mancanza di senso);
si vorrebbe tacciarla come morta o anacronistica, si vorrebbe
cioè renderla inattua[bi]le, ma questo è un "falso
storico" - non dell'artista bensì dei critici.
Rispetto alla scena internazionale, c'è veramente bisogno
di chiedersi come dovremmo collocare la pittura contemporanea?
Si potrebbe rispondere in modo provocatorio "A parete!"
se ciò valesse a restituirle il posto che è stato
usurpato dai trend del momento.
La rassegna Italian Contemporary Painting(s) (primo di una serie
di appuntamenti che si svolgeranno negli anni) offre una panoramica
sulla pittura nostrana, di cui vuole riaffermare l'importanza
e la centralità, a dimostrazione della sua grande vivacità
e vitalità che non ha nulla da invidiare alle altre discipline
artistiche né alle piaggerie o alle esterofilie che viziano
il sistema dell'arte italiano.
"Non cercate di essere artisti, cercate di essere veri"
era il rimprovero che Duane Michals muoveva alle nuove generazioni.
Una verità che è/sarà sempre/soprattutto
una prerogativa della pittura - del colore, del pennello, della
tela.
Alberto Zanchetta
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