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Tutto nasce da una sorta di apparizione
o di epifania: dai fari accecanti di una macchina che fanno
risplendere dal fondo dell' ombra un cimitero di statue. Per
l'artista si tratta come di un tempo smarrito, spettrale, fantasmatico:
del ritrovamento di quella memoria interiore che un'opera d'arte
possiede, anche quando non è altro che la copia, la replica,
il fac-simile di un originale perduto. Ebbene, Roberto Conz
cerca proprio di trattenere, di fermare, di dare un corpo all'assenza,
di stringere le tracce effimere di ciò che è scomparso.
Senza, con questo, avere la presunzione di portare la vita soppressa
alla potenza di una vita superiore.
L'occhio fotografico che egli impiega trascende il puro dato
oggettivo, per aggirarsi tra i simulacri e cogliere quel confine
estremo che sta tra la rigidità e il moto, l'identico
e l'altro, la morte e l'eterno ritorno. Così, tutta quella
folla di statue di Apolli, Veneri di Milo, Angeli assume davvero
la dimensione segreta, sepolta, che improvvisamente e in maniera
inquietante viene alla luce. Solo che, come in un trauma freudiano,
nell'operazione di Conz qualcosa si inceppa: il suo sguardo
ansioso si consuma, la pellicola si brucia. E allora non gli
rimane che lavorare con gli scarti, i resti, le cuciture o con
quella visione supplettiva che gli permette il computer. Non
può più fare affidamento sulle "sopravvivenze"
del passato, sui ricordi dell'antichità, ma unicamente
sulla congettura delle loro forme: su ritardi, migrazioni, figure
che sembrano pullulare sulla carta senza appoggio. Ed è
come se queste immagini assumessero, a loro volta, una funzione
primordiale, quella cioè di perturbare il compatto telone
dell'inconscio, aprendo in esso grumi, macchie, ferite. Lì
la storia dei miti ancestrali si mescola con gli inferni individuali.
In esposizione ci saranno dieci fotografie in diversi formati,
ma anche dei video, in cui si potrà seguire quel lavoro
quasi alchemico che ha dato origine alle statue. Ma ci saranno
anche loro, quattro statue da giardino, più un "provino
a contatto", a testimonianza di tutta la fatica fatta per
"salvare il salvabile", per immortalare qualche scoria
di immagine. Alla fine, una mostra inusuale, che non si limita
a presentare delle opere, ma anche a visualizzare un'intera
operazione: un viaggio in cui i linguaggi si rincorrono e i
temi leggendari sono sempre lì per scomparire, per lasciare
il posto alla possibilità di essere reimmaginati.
Luigi Meneghelli
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